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domenica 8 marzo 2009

Luciano Moggi: io, la Juve e Mourinho

Questa settimana è stata segnata dalle polemiche sulla conferenza stampa di Mourinho. Come ha letto lo sfogo del tecnico portoghese? Come uno che ha paura di perdere il campionato. Alla fine la squadra vincerà perché è superiore alle altre. Questo testimonia come è fatto il calcio: esistono delle guerre tra le società che non hanno nulla a che vedere con gli arbitri. Nessun arbitro viene comprato. Alle squadre forti arrivano i favori senza essere richiesti. Sono spontanei. Il più forte resta sempre il più forte. L’atteggiamento di oggi è diverso da quelle di ieri? Prima all’Inter si utilizzava Telecom, adesso le polemiche escono spontaneamente. Poi guarda caso la Juve va a Roma contro la Lazio e nell’incertezza gli annullano un gol. La reazione della dirigenza bianconera è stata un po’ soft? I dirigenti della Juve stanno zitti perché sono simpatici ed educati. Stanno zitti e diventano simpatici, così nel frattempo l’Inter vince e diventa una squadra antipatica a tutti. Nel frattempo si torna in campo. Come vede il derby della Mole? I derby sfuggono a ogni pronostico. La Juve è sulle gambe: in due settimane ha giocato ogni tre giorni. Ha giocato mercoledì a Londra, il sabato con il Napoli, il martedì con la Lazio e sabato riceve il Torino. Le altre hanno giocato di mercoledì e di domenica. Questa scelta non mi sembra molto regolare. La Coppa Italia, inoltre, poteva essere rimandata. Non c’era nessuna urgenza visto che la gara di ritorno verrà fatta tra quasi due mesi. La Juve posso dire che è stata penalizzata in tutto, pure nel calendario. Di più non si può. Mi sento in dovere di difendere la Juve perché sono affezionato ai suoi colori. Cairo ha investito molto, ma non ha ancora raccolto i risultati Evidentemente non ha investito bene. Cairo è appassionato, sta facendo il possibile. Ha perso il vizio di fare tutto da solo: ha preso un direttore sportivo come Foschi e un allenatore che sa di calcio come Novellino. Stanno cercando di risollevarsi e mi sembra che ci stiano riuscendo. Sabato la partita sarà complicata. La Juve gioca dopo il match di Marassi. Il Genoa può fermare la capolista? L’Inter al di là del 3 a 0 con la Samp è la più forte di tutti. Non penso che trovi dei problemi a superare il Genoa. E l’arbitro? Quale sarà il suo stato d’animo? L’arbitro sarà molto condizionato. Tutti vanno in campo con problemi psicologici. L’Inter sta provando oggi qualcosa di cui un tempo accusava la Juve. Bisogna essere forti anche in questo. E quando dicevo che mi difendevo...
Articolo pubblicato su www.ilsussidiario.net

giovedì 5 marzo 2009

Rizzitelli: sua la firma nell'ultimo successo granata nel derby

Si avvicina il derby della Mole. L’ultima vittoria in casa del Torino con la Juve risale al 25 gennaio 1995. Il mattatore fu un certo Ruggiero Rizzitelli che mise a segno due gol e un assist per il 3 a 2 finale sulla Juve. In quell’anno il Toro s’impose in entrambi i derby con i tifosi che escogitarono una nuova via dedicata a Rizzitelli. Sei stagioni alla Roma prima di passare al Torino, un ambiente nel quale ha trovato lo stesso tifo della capitale e soprattutto ha conosciuto lo spirito del Toro. Rizzitelli in questa intervista concessa in esclusiva a ilsussidiario.net parla anche di arbitri e di una sudditanza psicologica che è sempre esistita. Nel derby solitamente il risultato sfugge ad ogni pronostico. Anche a Torino? Purtroppo a Torino sembra che questa regola non sia quasi mai rispettata. Da quattordici anni è la stessa musica. Non si vedono le vittorie del Toro. Che spiegazione s’è dato? I fattori sono molti. C’è da dire che la Juve ha potuto contare su dei mezzi superiori. Il Torino con l’arrivo di Cairo ha sempre allestito delle squadre che potenzialmente potevano lottare per un posto in Uefa. In questi anni ha avuto troppi alti e bassi. Cosa manca? Manca lo spirito, il cuore granata. Si può spiegare meglio? I tifosi vogliono che i giocatori escano dal campo con la maglia sudata. Cosa si ricorda dell’ultima vittoria casalinga (25 gennaio 1995), targata proprio Rizzitelli, del Toro in un derby? Mi ricordo tutto. Fu una gara tirata fino alla fine: feci due gol e il colpo di tacco che portò Angloma alla rete del 3 a 2 finale. Il derby è un’emozione unica, è molto vissuto (quasi come la conquista di un campionato). In quell’anno, inoltre, vincemmo entrambi i derby. Quali sono state le emozioni indelebili del periodo piemontese? Quando sono tornato a Orbassano ho trovato una nuova via. Quale? Via Ruggiero n° 4, 4 come i gol fatti alla Juve. Torino è nel cuore di Rizzitelli? Quando scelsi il Toro avevo qualche dubbio. Avevo lasciato Roma perché avevo avuto alcuni problemi con l’allenatore. Fui consigliato dal mio procuratore Bonetto. Cercavo tifosi con la passione: ho trovato la stessa passione e lo stesso tifo di Roma. Sono stato abituato a non mollare mai, a lottare palla su palla. Lei ha giocato in piazze importanti e in quelle cosiddette provinciali. Esiste la sudditanza psicologica? Esiste. In certe piazze importanti come Roma, Torino o Monaco si sente la differenza. Quando protestavo gli arbitri facevano finta di non sentirmi; l’ultimo anno a Piacenza, invece, qualche arbitro mi puniva per quello che avevo detto quando giocavo nella Roma o nel Torino. Il problema è dato dal sistema. Un bambino quando inizia a giocare sogna di poter giocare nelle squadre più blasonate. Lo stesso si può dire dell’arbitro che come obiettivo quello di arbitrare le grandi partite. Il problema è oggettivo. Allo stato attuale le grandi squadri possono permettersi di rifiutare l’arbitro. Un pronostico finale per il derby della Mole? Il desiderio è quello di non ritrovarmi ancora una settimana al telefono a rilasciare interviste. Se il Toro vince non si parla più, finalmente, della sfida del 1995. Articolo pubblicato su www.ilsussidiario.net

venerdì 13 febbraio 2009

Zaccheroni: Inter, fai attenzione al Milan

L’Inter deve stare attenta al Milan: in un’ipotetica volata finale per lo scudetto i rossoneri potrebbero avere la meglio. Gli uomini di Mourinho se non ritrovano il gioco in Europa potrebbero fare fatica. Alberto Zaccheroni traccia per il sussidiario.net un bilancio del campionato, assegna la palma della squadra rivelazione al Genoa e del miglior giovane a Santon. Il gioco dell’Inter non decolla. Cambia qualcosa sul pronostico finale? La favorita rimane l’Inter, anche se non ha ancora ritrovato la continuità di gioco. L’Inter deve stare attenta al Milan, deve fare di tutto per non trovarselo allo sprint finale. Attenzione anche alla Juve che non molla facilmente. In un’altra occasione ci aveva confidato di non essere convinto dall’atteggiamento tattico di Mourinho Mourinho ha cambiato diverse volte il modulo, sul campo manca ancora il riscontro del gioco. Lo stesso Mourinho non è soddisfatto: vuole un gioco più fluido, più continuo. Qual è la squadra più forte? La Juve è la più organizzata sul piano del gioco, ma ha meno qualità. Dal punto di vista della qualità il Milan è superiore a tutti. C’è qualche squadra che per la disposizione in campo l’ha sorpresa in positivo? Mi piace lo spirito e l’atteggiamento di squadra del Genoa. Mi piaceva anche l’Udinese, ma poi non so cosa è successo. Eppure conosce bene l’ambiente di Udine Ho visto la prima sconfitta della serie a Milano con l’Inter. Ha raccolto poco, ma ha sempre offerto una prestazione di un certo livello. Dopo le grandi rimane, insieme al Genoa, la realtà che mi piace di più per mentalità e spirito di gioco. Anche il Cagliari sta facendo un buon campionato Allegri sta facendo quello che ha fatto Ballardini l’anno scorso. Sta facendo un grande campionato e sta andando oltre le previsioni. Il merito è anche dei giocatori: la costante di questi due anni sono loro. Le squadre, vedi Milan, Juve e Cagliari, che hanno avuto il coraggio di tenere gli allenatori durante il periodo di difficoltà si sono riprese. A proposito di allenatori, qualcuno l’aveva avvicinata alla panchina del Torino prima dell’arrivo di Novellino No, assolutamente. Mi ha contattato qualche squadra, ma preferisco non entrare in corsa. Fra i giocatori possiamo fare qualche nome che si è distinto in modo particolare? Fra i giovani mi ha sorpreso per fisicità e personalità Santon. Conoscevo ma non così bene Milito. Potrei aggiungere anche Pato, ma già all’esordio aveva dimostrato di possedere grandi numeri. D’Agostino sta facendo un ottimo campionato, sarebbe il giocatore ideale nel suo 4-3-3 Sì, D’Agostino è importante. Ci sono squadre, come il Torino, nelle quali i giocatori danno meno di quello che possono dare; altre, vedi l’Udinese, dove i giocatori riescono a fornire il loro contributo o anche a fare qualcosa in più. Il rendimento di un giocatore dipende molto dall’ambiente che si riesce a creare. Lo stesso Stankovic ad inizio stagione era sul piede di partenza, mentre oggi è indispensabile. Ci sono giocatori bravi che faticano a trovare spazio. Tipo? Almiron, ad esempio, è molto forte, ma fino ad oggi non ha incontrato situazioni favorevoli. La Fiorentina non riesce ancora a fare il salto di qualità Firenze è una piazza che toglie molte energie e che mette molta pressione. Ci vuole una certa maturità. I campioni si distinguono dai buoni giocatori per la personalità: il campione ha sempre una grande personalità, quella che gli permette di reggere le situazioni più difficili. Per quanto riguarda la Champions, come vede le italiane? Sarà importante arrivarci con le gambe buone. La Juve fa un po’ più fatica: il gruppo sta tirando la carretta da molto e, di conseguenza, alcuni giocatori sono stanchi. Sulla carta vedrei meglio l’Inter, ma al momento non ha trovato la fluidità nel gioco, una componente importante per fare strada in Europa. Articolo pubblicato su www.ilsussidiario.net

mercoledì 11 febbraio 2009

Luciano Moggi: Vince sempre il migliore

In questa intervista l’ex re del mercato rilegge il campionato, applaude il Milan per la scelta di Beckam, si complimenta per la gestione di Balotelli, promuove l’Inter di Mancini rispetto a quella impacciata di Mourinho, assolve Ranieri dalle critiche, ma vede in Antonio Conte un futuro da predestinato sulla panchina bianconera. E per la Champions? Le italiane passano il turno. Inevitabile anche una riflessione sul sistema arbitrale con i direttori gara che sono portati ad avere una maggiore attenzione nei confronti delle grandi. «I campionati li determinano la forza delle squadre». E’ storia di ieri, è storia di oggi. Come dargli torto? La Juve sta accusando una flessione in un campionato nel quale l’Inter non si sta esprimendo al massimo. Può essere il Milan il vero favorito per la vittoria finale? Ad inizio campionato avevo detto che l’Inter era la favorita e il Milan sarebbe stato il suo principale antagonista. Adesso si sta prospettando questo scenario. L’arrivo di Beckham ha dato un impulso alla squadra, ha fatto acquisire una maggiore autostima. Beckham a gennaio come Davids alla sua Juve Sono due giocatori diversi. Davids completava un modello atletico, Beckham dà i tempi alla squadra. Entrambi forniscono un valore aggiunto e giustificano l’investimento economico. La Roma parte avvantaggiata nella rincorsa al quarto posto? La Roma si gioca il quarto posto con la Fiorentina. Sempre ad inizio campionato si diceva che le posizioni di vertice sarebbero state occupate nell’ordine da Inter, Milan, Juve, Roma e Fiorentina. Ecco perché mi viene da sorridere quando penso che è cambiato il vento. I campionati li determinano la forza delle squadre, la loro qualità e la fortuna (penso agli episodi favorevoli che si possono creare). Alla fine prevalgono sempre i più forti. Si avvicina la Champions. Un pronostico La Roma ha delle opportunità notevoli: l’Arsenal è sì una buona squadra, ma è composta da giovani. La Juve farà più fatica, ma penso che alla fine supererà il Chelsea. L’Inter è attesa dal compito più difficile, ma può passare il turno. Quanto può incidere la Champions sul campionato? L’Inter può superare l’handicap Champions perché ha una pletora di giocatori. La Juve e la Roma potrebbero essere più in difficoltà, perché alcuni di quelli che scendono in campo al mercoledì difficilmente possono essere impiegati alla domenica. Un suo allievo come Antonio Conte sta facendo bene a Bari, così come Gasperini al Genoa. Possono essere loro i prossimi allenatori della Juve? Sono allenatori giovani che si stanno mettendo in evidenza. Conte lo conosco bene: era già un allenatore in campo da giocatore. Ha personalità, ha tutti gli ingredienti per arrivare in una grande squadra. Per quanto riguarda la prospettiva futura sarebbe piacevole avere un allenatore nato in casa. Comunque trovo ingiustificate le critiche a Ranieri. L’ambiente bianconero non l’ha mai amato fino in fondo Ranieri La Juve è terza in campionato, ha superato il turno in Champions ed è in semifinale in Coppa Italia. Era difficile fare meglio di così. Sta facendo il massimo, ha spremuto i giocatori. La squadra oggi è un po’ seduta, ma rientra nella normalità accusare un momento di crisi. Da ex direttore generale come rilegge i molteplici infortuni occorsi alle squadre di vertice? Sono cose che capitano. Certo l’Inter, la Juve e la Roma hanno avuto un sacco di infortuni. Tutti mettono in crisi i medici, ma a questi livelli non ci sono medici poco bravi. Prendiamo il caso della Juve. Per fare i preliminari di Coppa ha anticipato la preparazione e questo significa avere la squadra in una posizione ottimale in un dato momento della stagione. Gli infortuni dipendono sempre da un mix di cause. Tralasciando i traumi, quelli muscolari dipendono da una rosa ristretta che costringe i giocatori a scendere in campo in continuazione: molti non sono in grado di giocare in una squadra di alto livello e altri sono infortunati. Anche l’Inter ha sofferto gli infortuni Sì, forse l’Inter ha sofferto di più gli infortunati. Sta esprimendo un gioco precario, si è visto con il Torino ma anche in altre circostanze non è stata all’altezza della sua rosa .Mi sembra, con tutto il rispetto di Mourinho, una squadra molto lontana da quella vista all’opera con Mancini. Alla fine vincerà il campionato perché ha qualcosa in più, questo non toglie però che con Mancini aveva più punti. E, partendo dalla sua esperienza, come si gestiscono giocatori come Balotelli? Balotelli è un ragazzino, non posso dire nulla perché non lo conosco. Il giocatore voleva andare via, ma l’Inter secondo me ha fatto una cosa buona; si è comportata come un padre, che a volte deve dare qualche sculacciata. Credo che questo comportamento faccia bene anche al giocatore. Se poi Balotelli fa ancora il guascone, allora l’Inter prenderà provvedimenti. Il futuro dirà chi ha avuto ragione. Balotelli sarà molto utile nelle partite di campionato. Da uomo mercato, c’è qualche giocatore sorpresa o che è migliorato a tal punto da consigliarne l’acquisto alle grandi compagini, magari alla Juve? Intanto la Juve e le altre squadre non hanno bisogno dei miei consigli. Probabilmente qualcuno ha peggiorato le sue prestazioni. Rosina, ad esempio, è considerato una stella, ma ha avuto qualche problema. Resta comunque un buon giocatore. I migliori restano sempre gli stessi: Del Piero, Totti nonostante gli infortuni e Maldini che anche a 40 anni dimostra tutto il suo valore. Dopo il processo di Roma che ha ridimensionato l’impianto accusatorio nei suoi confronti, molti di quelli che avevano preso le distanze sono saliti sul cosiddetto carro dei vincitori. Cosa ha pensato in quei frangenti? Niente, si fatica a pensare. Si va avanti per la strada giusta. C’è un vecchio proverbio che dice “non tener conto di nulla, guarda e passa”. Questo è stato ed è il mio atteggiamento. Il tabù arbitri non è, però, ancora superato. Della Valle, ad esempio, parla di un sistema che vuole danneggiare la Fiorentina Tutti hanno avuto l’ordine di dire che gli arbitri sono in buona fede. Io sono il primo a sostenerlo, ma lo sostenevo anche ai tempi della Juve. Il fatto stesso, però, che si ostinino a ripeterlo mi fa pensare che non ci credano del tutto, altrimenti perché dovrebbero mettere continuamente in evidenza la parola buona fede. E’ sbagliato pensare che un arbitro possa aiutare deliberatamente una squadra piuttosto che un’altra, ma è indubbio che sia portato a favorire la squadra più forte o meglio ad avere un’attenzione in più per i potenti: questo non significa che le squadre più forti cerchino i favori. Oggi come ieri. Alla Juve non si cercavano i favori. Gli episodi succedono in questo campionato, ma sono successi anche in quello scorso: non penso, infatti, che avesse torto la vedova Sensi quando ricordava i favori capitati all’Inter. Questo non toglie, però, nulla al fatto che l’Inter fosse la più forte. L'intervista è stata pubblicata su www.ilsussidiario.net

mercoledì 4 febbraio 2009

Don Claudio Paganini: "Appartengo al mondo dei panchinari"

Il calcio, lo sport in generale, è in molti aspetti metafora della vita. Un giocatore deve affrontare una partita nello stesso modo in cui affronta la vita, a testa alta e con lealtà. In questa intervista don Claudio Paganini, consulente ecclesiastico del Centro sportivo italiano, racconta un anno di sport: bilanci e prospettive nuove. La Chiesa offre uno specifico educativo nei vari ambienti di vita e quindi anche nello sport. Da molti anni don Claudio, in passato direttore dell’Ufficio oratori della diocesi, continua a seguire come assistente spirituale il Brescia calcio. Fra i suoi ricordi le lacrime di Emanuele Filippini dopo un gol con dedica allo scomparso Vittorio Mero, i pomeriggi con Mazzone e un patto salvezza fra i giocatori. Dal calcio ha imparato a cercare l’eccellenza. Nella sua vita non è stato uno sportivo in prima linea, anzi si è seduto spesso in panchina perché “in panchina s’impara di più”. Qual è lo stato di salute dello sport al’interno della Chiesa? Qual è il ruolo dello sport in ambito ecclesiale? Si può notare un avvicinamento tra sport e chiesa. E’ lo sport che domanda alla chiesa una presenza di valore nel mondo professionistico. Il mese scorso il dottor Abete ha convocato i vescovi della Cei per chiedere che cosa può mettere in gioco la Chiesa dopo l’omicidio Raciti e l’uccisione del tifoso Sandri. Alla Chiesa si chiede di donare esperienza, consulenza e presenza in questo mondo. Dopo i tentativi fatti di moralizzare lo sport attraverso le regole, la repressione e i controlli esterni rimane la via dell’educazione attraverso il linguaggio sportivo. La Chiesa come competente in campo educativo ha molto da dire e da fare in questo ambiente così grande e fantasioso. Quali peculiarità può mettere in campo il Csi? Il Csi nasce dalla Chiesa quando nel 1906 si definì la presenza dei cattolici nel mondo sportivo. Poi nel 1994 Gedda prese in mano la situazione in grande stile. Il Csi va avanti ancora oggi sui principi iniziali. Cosa può insegnare? Tanto perché è molto capillare e coinvolge le varie espressioni della società dai bambini agli adulti. Rispetto agli altri enti di promozione sportiva, il Csi è specifico per quanto riguarda la parte ragazzi e giovani. Il Csi sconta ancora un po’ di diffidenza da parte del Coni? Nell’ultimo mese il Coni ha fatto una verifica sulla legalità degli enti di promozione sportiva. Il mondo professionistico non fa sconti. Il Csi gode di una grande stima per la sua presenza sempre più radicata sul territorio. Il prossimo anno sono in programma le elezioni per rinnovare tutti i quadri sia a livello locale che nazionale. Ci si aspetta un parziale ringiovanimento. La realtà di Brescia è molto stimata a livello nazionale per la sua consistenza e per i suoi contatti. Il Csi bresciano è molto legato alla chiesa bresciana, lavorando negli oratori a contatto con i ragazzi. Diversamente al sud dove manca un’impiantistica parrocchiale il Csi è costretto a operare nelle strutture private o comunali rendendo l’attività molto più difficile. Cosa ha imparato don Claudio dal calcio? Ho imparato tanto, anzitutto a cercare sempre l’eccellenza, un livello di qualità superiore. Per un credente l’allenamento quotidiano è quello di tendere alla santità, per uno sportivo l’allenamento quotidiano consiste nel curare ogni piccolo muscolo. Dal calcio ho imparato la vita di squadra, molto simile al fare Chiesa. Se si fa spogliatoio si vince, se fai Chiesa vinci il tuo rapporto con la comunità. C’è un parallelo stretto tra le regole nello sport e i dieci comandamenti. Tutto il mondo che ruota attorno al calcio, variopinto e in alcuni tratti particolare, sente l’esigenze di una presenza che può provocare riflessioni e risposte più ampie. Ci sono ricordi particolari che ritornano con una certa costanza? Mi ricordo le lacrime copiose di Emanuele Filippini quando nella partita di Lecce segno il gol del 3 a 1, dedicandolo all’amico scomparso Vittorio Mero. Proprio in quell’anno i giocatori fecero un patto all’interno dello spogliatoio per devolvere il premio salvezza alla famiglia di Mero. Nell’ultima gara decisiva per la salvezza (il 5 maggio 2002, ndr) contro il Bologna, Mazzone durante l’intervallo con il risultato sullo zero a zero disse: “Quei soldi li avete promessi, o vi svegliate e vincete o li tiriamo fuori di tasca nostra”. Il Brescia alla fine vinse tre a zero con le reti di Bachini, Baggio e Toni e si salvò. In questi anni si è creato qualche rapporto particolare con alcuni giocatori? È bello mantenere i contatti. Spesso mi sento con Pirlo e con la famiglia. Con Mazzone ho creato un bel rapporto anche se all’inizio non è stato facile. Il mister amava dire che nello sport chi ha fede ha una marcia in più. La relazione educativa che si crea con i giocatori continua anche nel tempo, questo mi fa capire che la mia presenza discreta deve essere legata alle singole persone. Se poi in seconda battuta quelle singole persone vivono un rapporto di fede intenso e lo testimoniano nei rapporti con la squadra, con i mass media e con i tifosi di rimando riusciamo a comunicare la fede a un mondo lontano. I calciatori sono testimoni privilegiati che, avendo un credito di ascolto, possono comunicare in maniera implicita i valori cristiani. La fotografia di Kakà con la maglietta “Appartengo a Gesù” è una catechesi che può scuotere il mondo intero. Ci sono persone che all’inizio erano diffidenti e poi si sono avvicinate alla sua figura? Uno di questi era Mazzone. In ritiro mi disse: “Don non ti voglio”. Solo l’intervento di Corioni lo convinse ad accettare la mia presenza. Da allora ci fu una bella amicizia dentro e fuori dal campo. Mi ricordo ancora come se fosse oggi che il pomeriggio successivo alla corsa sotto la curva dell’Atalanta ci ritrovammo a chiacchierare in panchina. Mazzone mi raccontava i principi e i valori di uno sportivo e l’importanza di essere testimoni credibili con i ragazzi, la tesi era: “Don, ho fatto tanto per dire ai ragazzi di essere corretti e proprio io ho dato il cattivo esempio: è imperdonabile”. Questo passaggio fondamentale riconosce l’esemplarità come imprescindibile nell’ambiente sportivo. Un sacerdote che si occupa di sport avrà anche delle passioni particolari… Io appartengo al mondo dei panchinari. Sono cresciuti con il Jolly basket di Orzinuovi con soli quattro punti in carriera. Chi sta in panchina nello sport impara molto di più. Prandelli alla Juve ha fatto molta panchina e grazie a quel tempo di attesa e approfondimento ha maturato una forte competenza perché osservando ha imparato, imparando ha comunicato agli altri. Dal basket ho imparato a stare in panchina. Anche Dio con gli uomini sta in panchina, pronto a scendere in campo con noi. Dio aspetta di essere convocato per la gara della vita. Nel tempo libero mi diverto con il footing e quando posso con lo sci, seguo il calcio e guardo tutte le gare nazionali del Csi. Ho scoperto la ginnastica artistica e ritmica: chi la pratica ha un autocontrollo smisurato. Rispetto ai calciatori i ginnasti sono veri atleti con una cultura del corpo e delle regole del corpo.
Articolo pubblicato su "La Voce del Popolo", settimanale diocesano di Brescia

Allenatori sulla graticola

Ormai è risaputo che nel mondo del calcio i contratti sono fatti per non essere rispettati. A questa regola non possono certo sfuggire gli allenatori, in particolare quelli dei grandi club chiamati a vincere e a soddisfare le esigenze dei presidenti e dei tifosi. Ecco perché Carlo Ancelotti, Josè Mourinho, Claudio Ranieri e Luciano Spalletti condividono il medesimo destino, quello di non poter dormire sugli allori. Ancelotti, dopo aver fallito nella stagione passata l’obiettivo Champions e una volta consumato il bonus Intercontinentale, non può più fallire. Quest’anno il Milan aveva come obiettivo principe quello di vincere scudetto e Coppa Uefa. Infortuni a parte, la dirigenza non è certo soddisfatta del lassismo che domina a Milanello, dove in molti frangenti il tecnico sembra non avere proprio il polso della situazione. La campagna acquisti è andata nella direzione opposta a quella avanzata dal tecnico: Ronaldinho e Sheva non erano in cima ai suoi pensieri. La stessa tifoseria è satura e il cambio di allenatore potrebbe rinnovare la fiducia nell’ambiente, magari pescando fra i giocatori che hanno fatto grande il Milan (Van Basten o Donadoni, più difficili la scelta di Rijkaard, vista la presenza di Ronaldinho, o l’ipotesi interna con Tassotti). E Ancelotti? E’ pur vero che vuole raggiungere l’obiettivo-record di panchine di Nereo Rocco, ma è altresì vero che potrebbe fare le valigie per accasarsi a Roma o per finire alla corte di una nazionale (magari africana). A Roma Spalletti è stufo di essere l’eterno secondo in campionato e di vedere gli altri alzare i trofei, vuole quindi capire quali sono le risorse economiche di un club che nell’ultimo periodo non ha saputo investire a sufficienza. Le probabili partenze di Mexes e Aquilani potrebbero accelerare i saluti del tecnico ex Udinese. Massimo Moratti è un estimatore dichiarato di Spalletti e del suo gioco, ma certo ha in casa uno come Mourinho. Il tecnico portoghese non ha alternative alla vittoria in Champions, vero traguardo dell’Inter. Ad oggi Moratti non è troppo contento del rendimento della squadra in Europa, ma l’Inter ha pur sempre superato il turno ed è prima in campionato. Certo se non dovessero arrivare le vittorie… Mourinho potrebbe lasciare clamorosamente, anche perché la società di via Durini non sopporta le infinite polemiche scatenate dall’allenatore lusitano. Non sopporta, inoltre, alcune scelte, in primis il trattamento riservato a Balotelli, considerato un gioiello da salvaguardare. Per non parlare di Quaresma e Mancini, due acquisti che hanno deluso. Per cercare un’operazione simpatia l’Inter potrebbe virare anche su Cesare Prandelli, allettato dall’idea di avvicinarsi a Brescia e soprattutto dalla possibilità di misurarsi ad armi pari con le grandi squadre d’Europa. A Firenze per proseguire il progetto Corvino potrebbero finire Marino dell’Udinese (in Friuli può subentrare Giampaolo del Siena) o Gasperini, che sta ottenendo dei grandi risultati a Genova. Entrambi hanno la capacità di saper lanciare i giovani. Non può certo stare tranquillo Ranieri, al quale la dirigenza ha chiesto di migliorare la posizione della passata stagione e soprattutto di fare un lungo cammino in Champions. La sintonia tra tecnico e società non è totale come del resto è stato dimostrato. Anche in questo caso il nome di Prandelli sarebbe gradito alla piazza. In passato si è parlato anche di Donadoni. Infine alla finestra c’è ancora Zaccheroni, che potrebbe rientrare in realtà di media classifica, vedi Genoa o Samp. Da non sottovalutare nemmeno l’onda anomala di Napoli: se arriva la qualificazione in Champions, De Laurentiis molla Reja e si butta su un allenatore al vertice. Magari Spalletti.
Articolo pubblicato su www.ilsussidiario.net

Di Moggi e di altro

Che confusione. Il processo di Roma che ha visto l’assoluzione di quattro imputati e la condanna lieve, rispetto alle richieste, nella sostanza e nella pena dei due Moggi (padre e figlio) ha riaperto le polemiche sugli scudetti tolti alla Juve e consegnati all’Inter. Occorre fare, però, chiarezza. Il processo di Roma non è per nulla collegato alla decisione di assegnare lo scudetto all’Inter, ma per certi versi alimenta il sospetta che nell’ormai famigerata estate di Calciopoli qualcuno abbia un po’ esagerato. Stando al primo grado di giudizio la Gea non è un’associazione a delinquere. Questo è il primo dato di fatto. Per il resto è opportuno aspettare il processo di Napoli che si è aperto il 20 gennaio nel quale i pubblici ministeri hanno chiesto il rinvio a giudizio per 37 imputati, fra questi figurano Luciano Moggi e Antonio Giraudo. Solo allora la Juve potrebbe chiedere, in caso di assoluzione o di ridimensionamento del castello accusatorio, di rivedere le carte. Premesso che molto probabilmente – visti i tempi biblici della giustizia – sarà una questione di anni, la Juve potrebbe teoricamente avanzare la revisione del processo sportivo di fronte alla Corte di giustizia federale. Si tratta di un’eccezione che fa riferimento – come ricordato da Tuttosport – all’articolo 39, comma 2, del Codice di giustizia. Tornando al processo capitolino, bisogna giustamente ammettere che le accuse sono state molto ridimensionate. Ecco perché il popolo bianconero, capitanato da Coboldi Gigli («Se in futuro constateremo che ci saranno altre assoluzioni o sentenze miti, allora dovremo avere la coscienza che gli scudetti della Juve sono 29 e non due di meno»), ha rialzato la testa dalla polvere. Allo stadio domenica campeggiavano due grandi tricolori: il 28 e il 29. Lo stesso Del Piero ha candidamente ammesso che la Juventus gli scudetti li ha vinti sul campo, poco importa se le statistiche non lo ricordano. Del resto anche Ibrahimovic e Cannavaro in tempi non sospetti non hanno avuto dubbi sugli scudetti conquistati a Torino. Il processo di Roma apre, però, un altro fronte quello della “violenza privata”, delle pressioni esercitate sui giocatori (in questo caso Amoruso e Blasi) per accettare determinati trasferimenti. E se è questa la condanna, caro presidente Moratti, non conviene gongolare. La sentenza ha messo in luce, infatti, un comportamento che è diventato ormai costume in tutte le società di calcio. Badate bene, però, che questa non è una difesa dei calciatori, che si sono abituati all’idea di non rispettare i contratti e a tenere sulla corda il club di appartenenza. Il rapporto tra le parti in questione (società e calciatore) è diventato gioco-forza conflittuale. Forse sarebbe necessario riflettere su questo piuttosto che immaginare scenari futuri per il momento irrealizzabili.
Articolo pubblicato su www.ilsussidiario.net

Calcio: il Titanic pronto ad affondare

Un aspetto pare chiaro e comprensibile ai più: nel calcio le vittorie non sanano i bilanci. Lo sa bene l’Internazionale che, nonostante i tre scudetti consecutivi sistemati in bacheca, ha chiuso il bilancio al 30 giugno 2008 con una perdita netta di 148,27 milioni di euro. Questi sono i numeri riproposti in un pezzo ben articolato del Il Sole 24 Ore da Gianni Dragoni. Certo nel rileggere i dati c’è una cifra importante da annotare: la perdita 2008 è inferiore a quella record (per il momento) del 2007, quando l’asticella rossa era arrivata a 206,8 milioni di euro. Non è difficile immaginare che con questi soldi (spesi male) sarebbe per lo meno auspicabile competere anche in Europa al cospetto dei grandi club. Lo sforzo economico giustifica gli scudetti? Evidentemente no. Lo sa bene anche Massimo Moratti che ha preso Mourinho quale garanzia per sfondare in Europa. L’Internazionale senza i successi in campo continentale è una società in perenne perdita. Lasciamo da parte la considerazione che con quei soldi l’Udinese o il Genoa, due squadre che ben si comportano in campionato, camperebbero di rendita per dieci anni. La questione chiara è che la galassia Inter non avrebbe modo di esistere se non ci fosse il Paperone di turno. Per garantire “la continuità aziendale” la holding di Moratti ha versato 68,5 milioni nelle casse dell’Inter e, inoltre, l’assemblea del 30 ottobre ha approvato un’ulteriore ricapitalizzazione da 86,6 milioni da versare entro la fine di quest’anno. I tifosi nerazzurri possono, quindi, dormire notti tranquille fino a quando Massimo Moratti resterà alla guida della società. Ma siamo tutti chiamati a chiederci se e quanto Massimo Moratti sarà disposto a perdere nel prosieguo. La mancanza di risultati in campo europeo potrebbe spingerlo a ridimensionare il suo investimento “a fondo perduto”. Per non parlare della grana plusvalenze da calciomercato dove è in atto una controversia con il fisco italiano sul pagamento dell’Irap. Si può discutere su un’ipotesi di cattiva gestione, ma non può bastare. Quel che più preoccupa è il fatto che una squadra di calcio con la massima esposizione mediatica, con i diritti televisivi pagati a peso d’oro, con biglietti e abbonamenti e soprattutto con uno sponsor solido come la Pirelli, non riesca a restare sul mercato, cioè non riesca a registrare indici positivi. Forse, visto che la situazione dell’Inter è comune ad altre realtà, il mondo del pallone dovrebbe interrogarsi su quali strade percorrere. Nella scorsa stagione l’Inter, ad esempio, ha pagato 190,66 milioni, il 97,6% della produzione, per la spesa del personale (stipendi dei calciatori, allenatori e dipendenti). Allora anche la tanto sospirata pay tv, che ci costringe a vedere a singhiozzi il campionato, non è in grado di far funzionare il sistema. A meno che, questa sembra essere la proposta avanzata più volte dalla Lega Calcio, si estendano le gare ad altre fasce orarie. Ma per il momento il placet dell’Associazione Calciatori è lontano. Serve una pausa di riflessione prima che il Titanic affondi o che i mecenati alzino bandiera bianca.
Pubblicato su www.ilsussidiario.net